LBFTS Looked But Failed To See

LBFTS Looked But Failed To See

Abbiamo perso la memoria del XV secolo quindici, XV il, abbiamo secolo perso perso il memorio, secolo abbiamo quindici abbiamo perso la pappetta, pappina, pappona abbiamo … XV secolo Ladies and gentlemen abbiamo perso il XV secolo 


(AREA, “EVAPORAZIONE”)


Non si elogerà mai abbastanza l'esercizio dell'attenzione. Non c'è bisogno di rispolverare l'idea dell' attenzione come «preghiera naturale dell'anima»1  per convenire su un fatto: non solo l'apprendimento, ma anche l'ideatività è legata a doppio filo alla nostra capacità di essere presenti, vigili, recettivi e reattivi.

Ma è risaputo: dimentichiamo le cose senza sapere di averle cacciate nel dimenticatoio. Ciò accade per il fatto che la memoria, sia quella a lungo termine che quella a breve termine, non possiedono un requisito che invece caratterizza la visione oculare: l'attrattività. Con questo termine si designa quel meccanismo di allerta cognitiva che si aziona in modo quasi immediato al cospetto di improvvisi cambiamenti, spesso carichi di negatività o pericolosità. Mentre l'apparato visivo, uditivo e tattile sono in grado di rilevare (e di reagire prontamente) a questi input di transizione, magari interrompendo l'attività cognitiva in cui si trovano impegnati, reimpostandosi per reazione su un altro piano attentivo, la memoria non è in grado di monitorare e, quindi, di codificare nessuno stato transitorio. Pertanto, quando dimentico qualcosa, la dimentico senza accorgermene2: sono l'apparato visivo, uditivo e tattile a supplire, in un qualche modo, a questo deficit operativo della memoria, svolgendo una funzione vicariale di fondamentale importanza. In un'epoca in cui il Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività (Attention Deficit Hyperactivity Disorder) viene diagnosticato con la facilità con cui d'autunno cadono le foglie, occorre forse riconoscere quelli che sono i limiti strutturali delle umane capacità attentive, prima di inchiodarle al muro bianco dell'anomalia3.

Dal «parfume and suppliance of a minute»4 al five second test il passo è lungo ma può essere lo stesso e medesimo piede a compierlo: l'occhio di Laerte cade sul corteggiamento di Ofelia da parte di Amleto, ed ecco che le parole che lo commentano («il profumo e lo svago di un minuto») fanno di Laerte un osservatore eccentrico e precursore inconsapevole degli studi sulla brevità dell'attenzione. È così decisivo sapere se la nostra soglia d'attenzione visiva si colloca intorno ai 5 secondi quando scorriamo immagini da un sito internet? Quanto sono attendibili gli studi intorno a questa attenzione momentanea? Non sono forse inficiati in partenza da un self-confirming bias di tipo commerciale?

Molto più decisivo, nell'ambito degli studi sulla soglia dell'attenzione visiva, è il cosiddetto LBFTS, acronimo di «looked but failed to see»5 (guardato ma non visto), che illumina il versante della cecità attenzionale. La visione oculare è una sorta di secondo paio di mani con cui plasmiamo il mondo. Vedendo, noi testiamo la realtà e la manipoliamo. Non c'è nessun regista interno che dipinga la nostra rappresentazione prima che l'occhio abbia “toccato” e rettificato lo scenario oggettuale. Questa manipolazione non è soltanto strutturalmente inevitabile. La manipolazione scopica è la sola cosa che ci consenta l'atto del vedere vero e proprio.

Non vediamo sempre tutto. Possiamo certamente esaminare ogni dettaglio all'interno di uno scenario dispiegato di fronte ai nostri occhi; tuttavia, quello che realmente facciamo, altro non è che una selezione di pochi particolari, una cernita altamente tipizzata e che ha un moto d'osservazione circolare. Così guardiamo, vedendo solo una partizione, un taglio o un minuzzolo del tutto. Ciò accade nelle nostre attività quotidiane: cerchiamo un cavatappi nel cassetto, è di fronte a noi, ma non lo vediamo subito; durante la cena, la moglie invoca il fatto che ci dobbiamo tagliare la barba, con l'implicazione che mai lo faremo, usciamo dalla stanza, la tagliamo, e nessuno dell'intera famiglia se ne accorge fino al giorno dopo6.

Esistono esperimenti come quello del gorilla invisibile7 che chiariscono come funziona la cecità attentiva. In una piccola stanza, due squadre, una nera e una bianca, formate da tre persone l'una, giocano a passarsi nervosamente una palla bianca, in mezzo a loro un giocatore è vestito da gorilla e ne imita il comportamento. Il testimone oculare è chiamato a seguire tutti i veloci movimenti della palla. Il trenta/sessanta percento dei testimoni oculari non si accorgerà dell'uomo-gorilla.

I nostri occhi non procedono attraverso un campionamento uniforme, per cui dove c'è una transizione di immagini, sia essa veloce o estremamente lenta, il nostro apparato visivo non filtra dati salienti e macroscopici. Un altro meccanismo che limita la nostra capacità mnemonico-visiva è noto con il nome di Change Blindness8 (cecità al cambiamento): nella transizione tra due immagini a confronto possiamo dimenticare fondamentali dettagli visivi anche dopo solo dieci decimi di secondo e, entro questo brevissimo frangente, riusciamo tendenzialmente a ricordare non più di quattro particolari. Tuttavia, nel fenomeno incrociato di cecità attenzionale ( LBFTS) e di cecità al cambiamento (CB), anche se non vediamo l'elemento intruso o modificato, quest'ultimo viene ugualmente elaborato sul piano cerebrale, visto che in via sperimentale si possono riscontrare evidenti cambiamenti nell'osservatore. Un esempio di questo effetto implicito è riscontrabile nell'informazione subliminale che, pur non essendo vista, va ad influenzare i nostri comportamenti successivi.

Noi vediamo soltanto ciò che stiamo effettivamente manipolando con gli occhi in un dato momento. Tutto il resto ci rende «vittime della scenografia»9.

di Pier Marco Turchetti

  1. N. Malebrance, Meditazioni Cristiane e Metafisiche, 151.
  2. J. K. O'Regan, Perché i colori non suonano. Una nuova teoria della coscienza, Raffaello Cortina , Milano 2012, pp. 46-48.
  3. G. Canguilhem, Il normale e il patologico, Einaudi, Torino 1998, pp. 106-108: «L'anomalia è l'elemento di variazione individuale che impedisce a due esseri di potersi sostituire l'un l'altro. Essa illustra nell'ordine biologico il principio leibniziano degli indiscernibili. Ma diversità non significa malattia. L'anomalo non è il patologico. Patologico implica pathos, sentimento diretto e concreto di sofferenza e di impotenza, sentimento di vita impedita. Ma il patologico è l'anormale. (…) L'anomalia si manifesta nella molteplicità spaziale, la malattia nella successione cronologica. Carattere proprio della malattia è di giungere a interrompere un corso, di essere propriamente critica. (…) Carattere proprio dell'anomalia è di essere costituzionale, congenita, anche se essa tarda a comparire rispetto alla nascita, ed è contemporanea soltanto all'esercizio della funzione».
  4. W. Shakespeare, Hamlet, I, III, v. 5.
  5. J. K. O'Regan, op. cit., pp. 73-78.
  6. J. K. O'Regan, op. cit., p. 82.
  7. C. F. Simons, D. J. Chabris, The invisible gorilla, and other ways our intuitions deceive us, Crown, New York 2010.
  8. J. K. O'Regan, op. cit., pp. 80-83 e 89.
  9. P. Virilio, Lo schermo e l'oblio, Anabasi, Milano 1994, pp. 85. Leggi anche: «La velocità di una specie è sempre, in sé e per sé, un segno di morte precoce.» (p.90)

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