IL “DOUBLE TALK”

IL “DOUBLE TALK”


 “I cervelli sono diversi quanto i palati.”

Baruch Spinoza

“In questo mondo è importante

non avere l'aria di ciò che si è.”

André Gide



Non sempre usiamo il linguaggio per portare alla luce qualcosa: non di rado, al contrario, il linguaggio serve allo scopo di occultare situazioni e dati di fatto. Lo scatenamento di significato (Auslösung), ovvero “l'involontario appello, da parte di chi si esprime, a una reazione capace di scatenare l'effetto di un significato in chi ascolta”1 apre ad una terza via dell'uso comunicativo del linguaggio. Se il linguaggio da un lato è mostrazione e dall'altro occultamento, un uso altrettanto comune e praticato è quello dell'occultamento della mostrazione. Non sono poche, difatti, le situazioni relazionali in cui ognuno di noi può sorprendersi nell'atto di nascondere ai più ciò che intende comunicare ad un interlocutore diretto e dedicato. Il bagaglio multiforme di tecniche comunicative tese a filtrare l'effettività semantica tra i parlanti prende il nome di double talk2.

Con il double talk viene resa effettiva quella stabilità interazionale che l'occultamento della mostrazione comunicativa potrebbe mettere in serio pericolo, così come viene ad essere istituzionalizzato il discorso sghembo e particolaristico tra due soggetti afferenti a due diverse correnti della comunicazione. Come rileva Goofman, la tecnica del double talk fa sì che “due individui possano passarsi notizie in modo o su fatti che sono in contrasto con il rapporto ufficiale che esiste tra di loro. Il double talk comprende una serie di sottintesi che possono essere comunicati da ambedue le parti ed essere mantenuti per lungo tempo. È una specie di messaggio tra persone che stanno cospirando, differente dagli altri tipi di cospirazione per il fatto che i personaggi contro i quali si cospira sono rappresentati dalle stesse persone che fanno parte della cospirazione”3. Uno degli aspetti più rilevanti del double talk consiste nello sviluppo, sempre più raffinato e sempre più capace di metamorfosi, dei linguaggi criminali e dello scambio di informazione e di informative nelle sfere mafiose. Goofman ha senza dubbio il merito di avere sottolineato una simile opportunità d'uso del double talk, in tempi in cui - il libro del sociologo è del 1959 – era raro prendere sul serio le tecniche linguistiche in uso presso gruppi di associazione a delinquere: “Le caserme e le prigioni, a quanto pare, abbondano di esempi di double talk. (…) Possiamo inoltre avere double talk nelle situazioni in cui due persone giungono ad accordi illeciti: attraverso questa tecnica di comunicazione è possibile e nello stesso tempo nessuno dei due partecipanti viene a trovarsi nella situazione di doversi mettere nelle mani dell'altro.”

Siamo ben al di là delle occorrenze più innocue di questo parlare in codice quali:

a. il subordinato che parla l'idioma linguistico di un gruppo di impiegati che il suo principale o datore di lavoro non conosce;

b. in situazioni di intimità domestica o di lavoro, si usa il double talk come strumento sicuro per fare e rifiutare richieste e ordini che non si potrebbero fare o apertamente rifiutare senza alterare il rapporto stesso tra le parti;

c. in sede di trattative sindacali, gli avvocati delle parti opposte tra loro, “possono accorgersi di scambiarsi sguardi di intesa quando un profano di una delle due équipes cade in un evidente errore di diritto”4.

Nell'ambito politico non c'è spazio linguistico che non sia attraversato dalle correnti fredde del double talk. Un esempio indicativo offerto da Goofman è quello in cui si verifica una frattura tra “un vice-ministro permanente e un ministro di nomina politica”. Su quest'ultimo esempio può essere fatta valere una ulteriore riflessione: le dinamiche tra figure di frontstage e figure di backstage, nell'agire politico, danno luogo a flussi informazionali tra diverse équipes capaci di scambievolezza mimetica e di temporanea sospensione dalla visibilità.

Se i cosiddetti “dati di fatto”, e, con essi, le cosiddette “verità”, non sono affatto stabili e duraturi, ciò non implica tuttavia che non ci siano modi e maniere per renderli tali. Le dicotomie tra verità stabili ed opinioni mutevoli, tra dialogo e retorica, tra ragionamento ed eloquenza si stemperano alquanto nell'ottica del double talk. Una verità non può essere ottenuta e diffusa tra molti senza deformarla o senza  cadere  nel  caso  di  una  ostinazione  che  prevarica  la  verità  medesima5. Una distinzione ulteriore ci pone di fronte a due atteggiamenti apparentemente inconciliabili ma che, per rifarsi al double talk, possono pacificamente convivere, la capacità di percepire la verità e la capacità di avere opinioni giuste6: “la verità di fatto non è più evidente dell'opinione. L'evidenza fattuale è stabilita da testimonianze oculari notoriamente inattendibili, archivi, documenti e monumenti che si può sospettare siano tutti dei falsi (…) non vi è nulla che impedisca a una maggioranza di testimoni di essere falsi testimoni: anzi, in alcune circostanze, la sensazione di appartenere a una  maggioranza  può  persino  incoraggiare  la  falsa  testimonianza”7.  

Fatti  questi richiami, il double talk risulta quindi essere, da un lato, una tecnica modulatoria sia delle verità di fatto che delle opinioni, facendo leva sulla percezione e sulla ricezione tanto della verità quanto dell'opinione, allo scopo di non diffondere i suoi codici e le sue dinamiche al di fuori dell'area di pertinenza, se non quando occorra in termini di consenso e di assetti di forza e, dall'altro, un strategia puntuale di conservazione dell'informazione attraverso la quale si approfondisce una fidelizzazione intersoggetiva.

Sul piano sociopolitico, il double talk presuppone una sorta di double speech system istituzionalizzato all'interno del quale una certa famiglia di notizie e un certo tenore di verità hanno da restare sigillate e dormienti in un limbo quasi inattingibile. È di estrema rilevanza, a tal proposito, una breve riflessione della Arendt, dichiaratamente non sviluppata: “Senza dubbio, i segreti di Stato sono sempre esistiti; ogni governo deve classificare le proprie informazioni, non renderle pubbliche, e colui che rivela degli autentici segreti è sempre stato trattato come un traditore.” 8

Siamo al cospetto della contro-regola della libera comunicazione, ovvero la regola secondo cui:

1. non ogni significante locale deve connettersi a significati globali;

2. il collegamento tra significanti d'équipe e senso pubblico deve essere quasi totalmente opaco;

3. i significanti condivisi nell'ottica istituzionalizzata del double talk devono tendere ad una razionalizzazione del potere tale da restare separata e nascosta anche agli stessi attori di scena.

Questi tre indirect rules possono essere resi espliciti, all'occorrenza, e nei modi più disparati, sia per qualità che per quantità, qualora il double talk venga penetrato dall'esterno o mostri delle crepe di sistema dall'interno. “L'unità naturale non è la persona, ma l'équipe.”9

Volendo usare le categorie proposte da Jankélévitch10, possiamo attestarci su queste dinamiche: la doppiezza della comunicazione risulterà tendenzialmente protetta, o difficilmente penetrabile nel caso in cui la dissimulazione (nascondimento della verità) non venga eccessivamente filtrata (e, quindi, resa “visibile”) dall'alterazione (modificazione qualitativa della natura del discorso), ma piuttosto dalla deformazione (ingrandimento o rimpicciolimento quantitativo della natura discorso), mentre i momenti nei quali emergeranno la fabulazione (invenzione radicale) e l'antegoria (menzogna per contrarium) segnaleranno un'elevata debolezza del double talk, se non anche la sua stessa disfatta.

La minaccia interna più pesante per il funzionamento di un double talk istituzionale consiste nell'apertura di brecce causate dalla costellazione del malinteso. Posto che esso “comincia con la possibilità di due interpretazioni”, che “è la socievolezza stessa” e che “è il triste ricatto di due compari, entrambi compromessi, e che si mostrano rispetto per intimidazione reciproca”11, occorre differenziarne la tipologia12.

Primo: reciproco fraintendimento.

Secondo: uno solo fraintende.

Terzo: malinteso ben inteso, da sfruttare.

Quarto: malinteso doppiamente inteso, in una falsa situazione e non nella falsa relazione.

Il terzo ed il quarto caso rappresentano una possibilità di moltiplicazione frammentaria della doppiezza, dove l'estensività della comunicazione fa guadagnare intensività alla significazione; ma al di là di questa relazione tra comunicazione e significazione, un double talk efficace e durevole deve essere praticato a partire da una sincronizzazione delle emozioni.

Pier Marco Turchetti


1         Melandri, Enzo, Contro il simbolico, Ponte alla Grazie, Firenze 1989, p. 51. Melandri richiama qui la teoria linguistica della comunicazione elaborata da Karl Bühler nella sua Sprachtheorie (1934). Il filosofo italiano sottolinea giustamente il fatto che la teoria causale della comunicazione, valorizzando il ruolo dell'ermeneutica del ricevente su quello della retorica dell'emittente, si pone come uno dei risultati più incisivi e ragguardevoli nell'ambito della riflessione filosofica sul linguaggio in quanto, inserendosi sul binario della tradizione gorgiana, rimanda il significato della comunicazione alla preparazione all'ascolto, alla competenza linguistica specifica e generale, all'esperienza intersoggettiva tra due parlanti e alle condizioni dell'intrasoggettività di ogni singolo attante linguistico.

2         Goofman, Erving, La vita quotidiana come rappresentazione (1959), il Mulino, Bologna 1969, pp. 221-227.

3        Ibid. p. 222.

4 .      Ibid. p. 223.

 5         Arendt, Hannah, Verità e politica (1967), Bollati Boringhieri 2004, pp. 58-59: “(...)una persona che dice una verità di fatto, nell'improbabile caso in cui volesse mettere in gioco la sua vita su un fatto particolare farebbe una sorta di errore. Nel suo atto diverrebbe manifesto il suo coraggio, o, forse, la sua ostinatezza, ma non la verità di ciò che egli aveva da dire e neanche la sincerità. Infatti, perché non dovrebbe un bugiardo perseverare nelle sue bugie con grande coraggio specialmente in politica, dove potrebbe essere motivato dal patriottismo o da qualche altro tipo di legittima parzialità di gruppo?”. Ma aggiunge: “Nella loro ostinatezza i fatti sono superiori al potere. Non solo le verità e i fatti, ma anche le non-verità e i non-fatti non sono sicuri nelle mani del potere” (p. 71).

6         Ibid. p. 44. Arendt fa un esplicito riferimento al “Timeo” di Platone.

7   Ibid., p. 51.

8   Ibid., p. 41.

9         Goofman, op. cit, p. 174.

10     Vladimir Jankélévitch, La menzogna e il malinteso, Raffaello Cortina, Milano 2000, p. 20.

11  Ibid., p. 81.

12  Ibid., pp. 82-83.

 

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